Piccole imprese to blog or not to blog ?

Posted on 6 settembre 2007

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Secondo una ricerca della Lewis PR, agenzia internazionale di relazioni pubbliche, meno del 5% delle piccole e medie imprese a livello mondiale dispongono di un proprio blog aziendale. L’Italia, rispetto a paesi come la Francia e l’Inghilterra, accusa un ritardo piuttosto vistoso.
FonteBloggare o non bloggare? Le aziende europee s’interrogano alla ricerca della giusta decisione, quelle americane si buttano, come sempre, e il versante asiatico ci prova, ma con cautela tipicamente orientale. È la riduzione a metafora della puntigliosa ricerca della Lewis PR. L’indagine fa parte del documento ‘Il Valore Commerciale del Blogging’, anch’esso reso noto durante l’EuroBlog 2007. Nel documento, insieme ai risultati dell’indagine, è inclusa una serie di indicazioni e suggerimenti utili qualora una società decida o meno di creare un proprio blog aziendale. Ma, quali sono le ragioni di questa riluttanza europea a intraprendere la via del corporate blog? Scarsa dimestichezza con il mezzo, poche informazioni sui reali costi e sui benefici che ne potrebbero derivare, oppure timore, anzi paura, di qualche ‘vulnus’ alla loro reputation?“Entrambi gli elementi influenzano le decisioni delle società – dice Mark Van Der Wolf, Head of Creative di Lewis – che sono infatti abituate a controllare strettamente la propria comunicazione corporate, e temono quello che potrebbe accadere se allentassero questo controllo permettendo a dipendenti ed estranei di effettuare posting sui blog aziendali. Non saprebbero come gestire opinioni negative e possibili discussioni che potrebbero sorgere. Allo stesso tempo, tuttavia, si rendono conto che nel prossimo futuro bisognerà fare i conti con questo fenomeno, pur non sapendo da dove cominciare, quali potrebbero essere i costi e quali effetti ciò potrebbe sortire. In realtà, nonostante quanto possano dichiarare alcuni “blog guru”, per molte realtà aziendali non è ancora emersa a livello commerciale la necessità di iniziare ad utilizzare i blog. Per questa ragione, si limitano ad attendere che qualche azienda pioniera già attiva in quest’ambito apra loro la strada”.Quali vantaggi può trarre un’azienda dall’apertura di un Blog? “In generale – risponde Van Der Wolf – il principale vantaggio del blogging è costituito dall’offrire un canale interattivo e aperto a tutti in grado di influenzare e interagire allo stesso tempo con diversi stakeholders all’interno e all’esterno della società. Si tratta di qualcosa di completamente nuovo, o perlomeno non è mai esistito nulla di così efficiente ed efficace quanto i blog, grazie ai quali un’azienda può influenzare positivamente (o anche negativamente) diversi settori, quali vendite, marketing, relazioni pubbliche, risorse umane, relazioni coi clienti.E in Italia? “ L’Italia non ha la stessa apertura culturale che ritroviamo in altri paesi europei. Questo si riflette – dice Maria Teresa Trifiletti, General Manager della Lewis Pr Italia – nell’atteggiamento delle aziende verso il blogging: la stragrande maggioranza infatti non li utilizza e un elevato numero di dipendenti non sa neppure cosa siano”. Intanto, da noi, sul fronte consumer c’è la corsa al blog? “Nel 2006 si è avuto un notevole spostamento di potere da media e analisti verso contenuti user-generated e social media” – aggiunge Trifiletti. La diffusione di media online e blog, percepiti come più autorevoli rispetto alla stampa tradizionale, sta crescendo notevolmente, conquistando un numero sempre maggiore di lettori. Giocano un ruolo fondamentale nelle decisioni d’acquisto: gli italiani, infatti, preferiscono affidarsi ai commenti personali sui blog, che percepiscono come strumenti più onesti e veritieri dei messaggi pubblicitari”.Il ritardo dell’Italia sui blog aziendali secondo Mauro Lupi, presidente di AD Maiora e vice presidente IAB, è da attribuirsi “a un problema di cultura d’impresa. Il blog costringe l’azienda a scendere, maggiormente, in campo: ad una maggiore trasparenza, ad ascoltare. Cose che non sempre fanno parte del bagaglio culturale di un’azienda”. Ma nel futuro è possibile ipotizzare un diverso atteggiamento? “Sì, ma bisogna procedere per gradi. Non possiamo immaginare che da domani tutte le aziende aprano un blog. Aprire uno spazio su Second Life, oppure fare campagne di marketing virale, non è aprirsi al Web 2.0, bisogna partire dalle fondamenta e quindi sarà un processo più lento. D’altra parte su questa tipologia di processi inerenti a cambiamenti aziendali strutturali, l’Italia non ha mai fatto la lepre, anzi la tartaruga. Aziende come la nostra aiutano le aziende a fare questo percorso nei tempi giusti e con le modalità giuste. Bisogna stare alla larga dall’effettistica, ovvero dal dire: mettiamo un video su You Tube e facciamo un’operazione di marketing virale. Non è questa la via per il Web 2.0.” 

 

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