Wiki Search

Posted on 28 giugno 2007

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28,8 miliardi di dollari nel 2006. E’ questo il dato che meglio rappresenta il mercato del web advertising. Mercato con prospettive di incremento, secondo alcuni analisti, inimmaginabili.

 

Probabilmente questi non sono i motivi dominanti che hanno spinto Jimmy Wales, fondatore di Wikipedia, ad entrare in uno dei settori più importanti di Internet, quello della ricerca, ma, in una società in cui si contabilizza tutto, è sicuramente lecito approfondire l’analisi.

 

Ufficialmente annunciato lo scorso mese di dicembre, “Wiki Search”, questo il nome del nuovo motore di ricerca, ha come obiettivo la “conquista del 5% del mercato delle operazioni di search in Rete” riferisce lo stesso Wales in una conferenza stampa a Tokio lo scorso marzo. La Reuters, la prima a lanciare la notizia, riporta anche alcune particolarità del nuovo progetto e soprattutto alcune dichiarazioni chiave del “Wales-pensiero”.

 

Il nuovo motore di ricerca sarà open source e collaborativo e richiederà ingenti capitali ed un hardware appropriato. Infatti, continua Wales, “l’idea che Google abbia un ampio margine di vantaggio sui concorrenti perché può contare sugli scienziati migliori è diventata un po’ antiquata ora”. Definisce le due aziende leader di Internet (Google e Yahoo) come delle “scatole nere che non pubblicano una graduatoria dei risultati delle ricerche”.

 

Wales sostiene che il sistema di ricerca collaborativa possa “sfruttare a pieno le potenzialità di Internet, stravolgendone la struttura”. E come si può dubitare di questo concetto osservando come queste stesse idee siano alla base del successo di Wikipedia?

 

Successo che sicuramente non è stato scalfito né dalla nascita di “Citizendium”, la nuova enciclopedia collettiva, nè dai recenti casi di mistificazione della verità dovuti a utenti non collaborativi che ne hanno minato la credibilità. Per citare solo un esempio si ricorda come il settimanale “New Yorker” abbia evidenziato come un ragazzo poco più che ventenne, Ryan Jordan, sfruttando l’anonimato concesso dalla libera enciclopedia, sia riuscito ad accreditarsi come professore di religione e a conquistare addirittura un ruolo importante di “redattore/arbitro di controversie” all’interno di Wikipedia. Problemi dovuti alla crescente dimensione del sito, “problemi di crescita”, ha spiegato lo stesso Wales, garantendo per l’immediato futuro un maggiore rigore nella verifica dell’identità dei propri collaboratori ma continuando a difendere quel concetto di “autoregolamentazione del Web” di cui Wikipedia è il simbolo indiscusso.

 

Continuando a citare Wales cogliamo parole sempre più aspre verso i grandi motori di oggi: “La ricerca online è ormai guasta” sottolineando che si è arrivato a questo punto “per le stesse ragioni che hanno guastato il software proprietario: mancanza di libertà, di comunità, di credibilità, di trasparenza. Noi cambieremo tutto questo”. Ambizioso. Un’ambizione che probabilmente cavalca anche una sempre meno celata reticenza verso Google. Nel Regno Unito addirittura si stanno diffondendo pubblicità (più informazioni su information-revolution.org) che invitano ad opporsi al monopolio dell’informazione online, detenuto dal trio Larry Page, Sergey Brin ed Eric Schmidt, quest’ultimo, Ceo della Google. Sicuramente originale trovata pubblicitaria capeggiata dal motore di ricerca della IAC Search & Media, Ask, ma che vorrebbe anche essere un campanello d’allarme.

 

Conferme più rigorose delle parole di Wales, arrivano da una ricerca eseguita dalla Convera (www.convera.com). Dallo studio che pone il focus d’analisi sul binomio professionisti-motori di ricerca, ripreso anche dalla stampa italiana, si evince che solo il 21% degli intervistati pensa che la ricerca sia stata effettivamente “compresa” dai motori di ricerca, che solo un professionista su 10 trova quello che sta cercando al primo tentativo, che il 70% del campione finisce con l’essere sviato dai risultati di ricerca e si ritrova su siti che non intendeva visitare, solo il 40% degli intervistati è realmente soddisfatto dei risultati di ricerca. Sicuramente una valutazione non brillante.

 

Le ricerche di Google, per semplicità di esposizione, così come quelli di altri motori di ricerca, si basano sul concetto di Page Rank, ma naturalmente non solo (molti algoritmi, anche di base “vagamente” semantica, sono top-secret) secondo il quale il “valore” di ogni pagina è calcolato in base al numero di pagine linkate al contenuto. Il primo risultato di una ricerca su Google indica che quella specifica pagina è la più linkata da altri siti. Uno dei primi compiti di un motore di ricerca, continua Wales, dovrebbe essere quello di stabilire se un contenuto è valido oppure no. I computer non sono molto bravi nello svolgere questo compito, quindi la ricerca basata su algoritmi deve ottenere questa valutazione sulla base di input di tipo differente. Noi utenti, a differenza dei computer, abbiamo un modo più diretto ed efficace: ci basta guardare una pagina e in pochi secondi siamo in grado di esprimere un giudizio sulla sua qualità. La chiave sta nel costruire una comunità basata sulla fiducia nel giudizio espresso da altri utenti”.

 

<<Essentially, if you consider one of the basic tasks of a search engine, it is to make a decision: ‘this page is good, this page sucks”. […] But we have a really great method for doing that ourselves. We just look at the page. It usually only takes a second to figure out if the page is good, so the key here is building a community of trust that can do that>>

Al Page Rank di Google, Jimmy Wales vorrebbe opporre il contributo degli utenti (concetto analogo alla figura dell’Expert Rank di Ask):  la capacità di dare risposte attinenti alla ricerca è la chiave del successo del nuovo motore di ricerca open source.

 

Anche perché ormai i tecnici sanno benissimo come far comparire il proprio sito in cima alla SERP. Prova ne sono gli innumerevoli siti e testi pubblicati sull’argomento.

 

Le perplessità sono scontate. Come è possibile analizzare tutte le pagine che popolano il web? Quanti utenti occorrono, considerando anche le diverse lingue? E soprattutto un semplice giudizio umano può bastare per giocare ad armi pari con algoritmi ben strutturati? Sicuramente occorre altro. Non a caso è stata definita “un’impresa titanica”  ad alto rischio dove sono in gioco i player più importanti del settore. Wikipedia è sicuramente un marchio forte e conosciuto ma è sufficiente per farsi spazio tra Google, Yahoo, Microsoft, per citare solo i più conosciuti?

La storia è piena di esempi non andati secondo gli obiettivi iniziali. Si ricorda Microsoft, prima con Msn poi con il progetto Live, mai realmente stata all’altezza della situazione concorrenziale in atto, tant’è vero che sembra sempre più imminente l’acquisto di Yahoo da parte di Microsoft; oppure Quaero,  quello che meno di due anni fa era stato presentato trionfalmente come la risposta dell’Europa a Google è terminato ancor prima di veder luce per problemi tra i promotori dell’iniziativa, il governo francese e il governo tedesco.

L’ingresso in campo di Wikipedia è sicuramente auspicato ma occorrono investimenti ingenti. Chissà se Wales potrà impensierire i quartieri alti di Mountain View..

 

Roberta Barilli 

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