IL CASO DIGG: LA RIVOLTA 2.0

Posted on 20 maggio 2007

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Pochi giorni fa il popolare sito americano Digg.com è stato teatro della prima autentica rivolta digitale del web 2.0. Digg è una grande comunità virtuale nata nel 2004 e sostanzialmente autogestita, un aggregatore di notizie inserite dagli utenti, in cui gli articoli sono pubblicati in base all’indice di gradimento dei lettori stessi. Essi sono in larga maggioranza giovani (appena il 10% supera i 50 anni) e a loro si deve l’enorme successo di Digg, divenuto rapidamente uno dei più noti e interessanti siti di informazione degli USA e non solo. Ma il primo maggio questo meccanismo perfetto si è inceppato.
Tutto ruota intorno ad una sequenza di caratteri esadecimali, isolata dalla community di hacking e trapelata sul web già nello scorso febbraio, che aiuta a decriptare i dischi HD DVD, una scoperta rilevante, in quanto apre una prima breccia nel sistema di protezione dei dischi, attraverso la quale si può giungere a riprodurre e duplicare i film in HD DVD, aggirando le limitazioni e i dispositivi anti-copia.
Ovviamente, la notizia fa il giro del mondo. Se ne parla nei forum di hacker, sui giornali specializzati, ma anche sui siti più generalisti. I gestori dei sistemi di protezione HD DVD si mettono immediatamente all’opera per modificare i codici e limitare i danni, e tutto sembra finire lì, fino a quando un utente di Digg decide di riaprire il vaso di Pandora, ripubblicando la famigerata sequenza.
Solo che questa volta la notizia fa molto più rumore: Digg non è infatti un sito o un forum qualunque, ma uno dei centri nevralgici del cyberspazio. La sua community raccoglie migliaia di iscritti e le notizie che compaiono sulla sua homepage hanno un’eco globale, venendo spesso riprese dai maggiori siti d’informazione. Uno scenario evidentemente allarmante, che induce i produttori cinematografici e i responsabili del consorzio HD DVD (AACS) a reagire con durezza. Anche Digg, come in precedenza altri siti (compreso Google, sollecitato a rimuovere quattro blog contenenti la processing key incriminata) si vede dunque recapitare quello che è denominato “Cease and Desist“, ovvero un’ingiunzione a rimuovere tutti i link contenenti il codice esadecimale e a non proseguire nella pubblicazione di altri collegamenti analoghi. Gli amministratori di Digg chinano il capo e si adeguano: il post “fuori legge” scompare dal sito e il suo autore viene sospeso. Ed è a questo punto che il suo popolo insorge. Le sedici coppie di caratteri alfanumerici diventano in un attimo il simbolo di un’epica battaglia di disubbidienza civile, trainate dal passaparola si diffondono e si moltiplicano a dismisura. Gli utenti di Digg, sentendosi vittime di censura, iniziano ad inondare il servizio di notizie e interventi comprendenti la processing key. Ma la protesta si spinge oltre, vola attraverso la rete, coinvolge la blogosfera. La duplicazione si fa ancora più frenetica e capillare, rimbalza su giornali e siti di news, finisce stampata su t-shirt e dà vita persino ad una canzone, ascoltata su YouTube oltre 200.000 volte. La legittima e legale tutela del copyright si scontra fragorosamente con il potere dei social network.
Dopo numerosi, vani tentativi di bloccare la rivolta, Digg cede infine ai suoi utenti. Kevin Rose, fondatore del servizio, pubblica un post quanto mai significativo, il cui titolo racchiude la chiave incriminata. Scrive Rose: “Abbiamo sempre dato il potere della moderazione del sito alla community. (…) Abbiamo dovuto riunirci e col desiderio di evitare uno scenario in cui Digg fosse bloccato o chiuso, abbiamo deciso di adeguarci e rimuovere le storie con il codice. Ma ormai è chiaro. Preferite vedere Digg lottare piuttosto che inginocchiarsi ad una grande compagnia. Vi abbiamo ascoltato, e da ora non elimineremo storie e commenti che contengono il codice e accetteremo tutte le eventuali conseguenze. Se perderemo, allora che diavolo, almeno saremo morti provando”.
Alla fine la situazione si è normalizzata, non vi sono state ripercussioni legali, Digg è sopravvissuto. Ma la “Digg revolution” ha lasciato dietro di sé uno strascico di interrogativi, entusiasmi e inquietudini, che merita un’analisi più ampia e approfondita.
Un primo modo di raccontare questa storia è utilizzare i registri classici: quelli della rete non controllabile, che sfugge ad ogni sorta di imposizione, che si coalizza e si oppone con ogni mezzo alle manovre di interruzione dei flussi informativi. Quello che il “caso Digg” dimostra ancora una volta è quanto sia difficile, se non impossibile, censurare e imbrigliare il popolo di internet. Ogni tentativo in tal senso sortisce inevitabilmente l’effetto contrario, amplificando enormemente ciò che si vorrebbe tacitare. Più si cerca di sopprimere qualcosa più attenzione si attira su di essa: è così che un’oscura sequenza crittografica che avrebbe suscitato l’interesse di pochi esperti e appassionati finisce per diventare un fenomeno globale.
In un’ottica generale possiamo dire che nel mondo 2.0 le regole della privacy e del controllo sono cambiate. Se prima una lettera di diffida poteva costituire una minaccia efficace, oggi le comunità autogestite sono più consce del proprio potere e per certi versi più aggressive verso qualunque forma di limitazione e controllo esterno, perciò occorre trovare nuovi modi per dialogare con esse, che tengano conto della loro crescente importanza.
Alcuni commettono a mio avviso l’errore di sottovalutare eventi come questo, ritenendo che le rivoluzioni virtuali siano in fondo refoli di vento spacciati per violenti uragani, in quanto utili semplicemente a confortarci sul valore della democrazia e della libertà, ma di fatto ininfluenti nelle decisioni pratiche della politica e dell’amministrazione pubblica.
E’ vero che esprimere un parere o partecipare ad un movimento di opinione su internet è molto meno impegnativo, rischioso e tangibile di una protesta “reale”, di stampo tradizionale, ma è riduttivo affermare che ciò basti a neutralizzarne il peso ed il valore all’interno della società.
Così si cade nell’equivoco di vedere singoli clic laddove vi sono invece persone in carne e ossa. Gli “utenti” non sono una massa informe e astratta che produce valore perché qualcun’altro possa appropriarsene indisturbato. E se essi, soprattutto quelli che generano contenuti, avvertono che la loro libertà, la loro unicità, sono tali solo in particolari circostanze, è naturale che si ribellino. Le loro armi sono “semplici” flash mob, rapidi e silenziosi, ma così potenti da poter già oggi imporsi all’attenzione del mondo, e non soltanto di quello virtuale. Informare e coordinare via internet è molto più facile che nella realtà off line, soprattutto se si è costruita una nuova economia intorno al concetto di UGC. Avendo dato una leva così importante in mano alla massa si deve essere pronti, oltre che a coglierne tutti i benefici, anche ad accettarne le conseguenze.
Come dimostra l’esempio di Digg, dove la dinamica di funzionamento del sito ha finito per ritorcersi contro di esso, ponendolo in totale balia degli utenti, il principio fondante dei servizi online, l’apertura alle masse, potrebbe divenire la ragione stessa del loro collasso.
Questo schiude interrogativi di più ampia portata, da sempre sottesi alle vicende umane: distribuire il potere conduce inesorabilmente all’anarchia? Autoregolamentazione ed equilibrio possono coesistere? O se lasciamo che un punto di comune interesse sorga spontaneamente finiremo sempre per sperimentare il caos? La rivoluzione 2.0 sembra avere nei contenuti che affiorano dal basso, nella cooperazione, nella socialità i suoi punti di forza più reclamizzati, ma non si può negare che all’interno di questa decantata “anarchia funzionante” vi possa essere anche un latente impulso degenerativo.
E arriviamo all’ultimo aspetto sollevato dal caso Digg che ritengo degno di qualche riflessione: come si può stabilire cosa è lecito pubblicare e cosa no? Il numero della discordia è un codice illegale che infrange il diritto d’autore (serve infatti ad aggirare i sistemi anti-copia dei nuovi formati ad alta definizione), ma i diggers infuriati non ne hanno voluto sapere della “legittimità” della cancellazione e hanno gridato alla censura contro lo strapotere delle major, dando vita ad una veemente, clamorosa insurrezione. La tutela del copyright ha subito una debacle storica, di fronte alla quale si possono profilare due scenari interpretativi diversi: da una parte vi è il rischio connesso ad una condivisione senza regole, che potrebbe rivelarsi fatale per il web 2.0, dall’altra l’idea, forse un po’ utopistica, che in esso si accelerino le dinamiche con cui ci si mobilita per rivendicare i propri diritti “percepiti”, a prescindere dal fatto che siano anche diritti “effettivi”, cioè riconosciuti dalla legge.
Una cosa è certa: episodi eclatanti come quello di Digg sono i segni che qualcosa sta cambiando, segni che non devono essere ignorati o idealizzati, ma ricondotti ad una visione più critica e profonda della nuova realtà che stiamo vivendo e delle sfide, avvincenti e complesse, che essa propone.

Elisa Zagaria

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